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MINI TRANSAT

Mini 6.50: una Transat al femminile

mini 50 una transat al femminile
Annabelle Boudinot

Abbiamo trovato sul blog Petronilla la traduzione di un articolo scritto dalla minista Annabelle Boudinot. Tanto per darvi subito una dimensione della caratura dell'ingegner Boudinot comprensibile anche in Italia, diciamo subito che è arrivata nona nei Proto alla Mini Transat 2013, 30 minuti davanti a Michele Zambelli.  

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Ho attraversato l’ Atlantico da sola, in circa 25 giorni.

Sono arrivata nona su quaranta, davanti a me otto ragazzi, dietro un’altra ragazza e trenta ragazzi. Dunque sono più brava della maggior parte dei ragazzi .

Spesso mi è stato fatto notare: «Una traversata in solitaria… e per di più una ragazza!» Sembra che questo aumenti l’entità dell’impresa, ma in realtà io non la penso così.

Pur essendo vero che le ragazze hanno meno forza fisica dei ragazzi, ciò non costituisce un handicap misurabile nelle regate oceaniche: i nostri srumenti  sono sistemi meccanici con rapporti di demoltiplica, quindi è sufficiente adattare il rapporto a chi li utilizza. Dopodiché c’è bisogno di resistenza, e qui non ci sono prove che le ragazze ne abbiano meno dei ragazzi. Infine, e soprattutto, ci vuole forza mentale, e anche in questo caso non credo che le ragazze si possano considerare inferiori.

Una delle caratteristiche che più apprezzo delle regate oceaniche infatti è che uomo e donna sono in una situazione di parità, e in questa disciplina ci sono state delle grandi campionesse che sono riuscite a mettere in difficoltà i loro concorrenti di sesso maschile.

Si noterà tuttavia che ci sono più vincitori maschi che femmine, ma bisogna dire che le donne che fanno vela sono circa una ogni dieci uomini: la statistica ci è davvero contro… Perché così poche donne fanno vela?

A questa domanda non ho una risposta, ma al più qualche ipotesi. Che sia un problema di orientamento? Che la vela sia vista come una disciplina da uomini? In effetti sugli scaffali non si vede mai una “Barbie piratessa”, e in più “piratessa” proprio non si dice, dunque è possibile che ci siano meno stimoli già dall’infanzia. Questo tra l’altro può anche essere un problema di fiducia in se stesse e di spinta all’imprenditorialità.

Nel mio caso, una delle frasi chiave della mia infanzia e dei miei esordi in barca con mio padre è stata «Forte è l’uomo che riuscirà a domare  mia figlia!» [letteralmente sarebbe “Forte è l’uomo che sa prendersi mia figlia”, ma secondo me non avrebbe senso] , e chiaramente per mio padre la parola uomo includeva anche la donna.

Le basi erano state poste, indipendentemente dalle difficoltà, e sarebbe stato inutile pensare che io non ce la potessi fare, ma dovevo solo chiedermi come arrivare.

Durante i miei studi e la mia carriera sono cresciuta in mondi dominati dagli uomini ed il fatto di essere una donna ha sempre costituito una differenza, a volte favorevole e a volte dannosa, ma sono convissuta con i pro e con i contro, approfittando dei primi e accettando i secondi.

Spesso mi si parla del comfort come giustificazione per le poche donne in acqua, ma non credo sia valida, infatti ci sono molte donne escursioniste, scalatrici e alpiniste che come noi altre naviganti rinunciano ai loro confort per lo sport.

Per me si tratta più di un legame alla personalità che al genere .

Per concludere, in mare non ci sono né uomini né donne, ma solo marinai. Andate oltre i pregiudizi signore, navigate e non esitate a battervi sull’acqua, e abbiate la meglio su qualche ragazzo.

Ciò sicuramente non gli farà del male :)

 

di Annabelle Boudinot
(traduzione Nicola Principato)

 

Annabelle Boudinot
Ingegnere nata in Francia nel 1983, ha partecipato alla Mini Transat 2013 a bordo di un’imbarcazione costruita con fibre di lino.

 

Fonte : http://blogpetronilla.wordpress.com/


03/05/2014 09:56:00 © riproduzione riservata






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