Le isole Spratly sono un arcipelago formato da oltre 750 tra isolette, atolli o semplice barriere coralline anche ad appena mezzo metro sotto il pelo dell'acqua. Insomma uno di quei grandi arcipelaghi semisommersi che esistono nell’Oceano e che hanno fatto la “gioia” di Team Vestas nell’ultima Volvo Ocean Race. Questa striscia di isole si trova a oltre 120 miglia dalle coste delle Filippine e a circa 600 miglia dalle coste cinesi, solo per dare un’idea vaga del loro posizionamento nel mar Cinese Meridionale.
Per i cinesi, non si sa a quale titolo, sono sempre state parte del loro territorio nazionale ed ora hanno diviso di intraprendere azioni concrete, costruendo, su questo atolli semisommersi, delle installazioni e, soprattutto, delle piste di atterraggio per i loro aerei di qualsiasi dimensione.
Non è un’impresa da poco! Queste postazioni militari sono state ottenute riversando sulle barriere coralline migliaia di tonnellate di sabbia prelevata direttamente dal fondo del mare, rinforzata con pali d'acciaio e cemento. Isole artificiali che, di fatto, estendono la sovranità cinese, e di conseguenza le loro acque territoriali, fin qui. Ma le intenzioni cinesi vanno oltre. Con queste basi realizzeranno una lunga serie di cosiddette Adiz o "Air Defense Identification Zone" (Zone di difesa di identificazione aerea) lungo quella che loro chiamano la "linea dei nove punti". Si tratta di una linea di demarcazione e difesa, ribattezzata nel 2014 "La grande muraglia di sabbia”. Queste rivendicazioni non nascono oggi: la Cina le porta avanti sin dai tempi dei nazionalisti del Kuomintang e Chang Kai-Shek, oltre che dai maoisti. Questa linea difensiva rivendicata include oltre le Spratly, le Paracel, le Pratas, il Macclesfield Bank e lo Scarboroigh Shoal. Difficilmente si naviga a vela da quelle parti, ma, se capitasse, tenete conto che oltre ai pirati ci può essere anche quest'altro piccolo problemino. Ad un ricognitore USA che aveva sorvolato l'isola artificiale è stato intimato di abbandonare lo spazio aereo cinese. Ovviamente la tensione salirà.
In mare si disegna un campo di regata perfetto. A terra, invece, si gioca una partita molto più complessa, dove il vento conta meno delle aspettative – e delle diffidenze – di chi quel tratto di costa lo vive ogni giorno
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