martedí, 28 luglio 2026

RORC CARIBBEAN 600

La RORC Caribbean 600 di Giancarlo Simeoli

la rorc caribbean 600 di giancarlo simeoli
Roberto Imbastaro

Terminata la RORC Caribbean 600, complicata regata caraibica che costringe ad un serrato slalom tra le isole sempre rincorsi da un fortissimo Aliseo che non cambia mai di direzione. Una regata “scassabarche” che ha visto un bel numero di ritiri tra cui quello della nostra amata Ars Una, di Giulio Biscarini, da sempre protagonista nel Tirreno, dall’Invernale di Riva di Traiano alla Roma per 2, e poi lanciatasi nel circuito delle grandi classiche d’altura, che sono il suo vero pane quotidiano, come ha dimostrato nell’ultimo Fastnet. Qui ai Caraibi un guasto al motore gli ha impedito di ricaricare le batterie e la loro RORC 600 si è trasformata in una RORC 300. Un’altra barca italiana era la bellissima Goodjobguys di Enrico Gorziglia, al 24mo posto in IRC overall. Pur essendo svizzero, Franco Niggeler lo consideriamo un po’ velista di casa nostra e lui ha fatto una bellissima regata con il suo Kuka3, per ora al 5° posto IRC overall. 

Ma l’italiano “infiltrato”, il nostro vero agente ai Caraibi, è Giancarlo Simeoli e lo troviamo a bordo di un Cookson 50 a stelle e strisce, il Triple Lindy di Joseph Mele che, dopo una regata non certo tranquilla, ha raggiunto la 14ma posizione in IRC overall.

Ecco il racconto di Giancarlo:  

“L’ultima notte è stata molto dura e siamo arrivati abbastanza stanchi verso le 3:20. La regata è stata per noi abbastanza complicata, perché, un po’ come tutti, abbiamo avuto dei problemi, visto che qui il vento non è mai calato sotto i 15 nodi. In verità abbiamo avuto in regata 25/30 nodi quasi sempre costanti. Per me è stata un’esperienza completamente nuova - prosegue Giancarlo - perché non avevo mai navigato con questi Alisei costanti e molto forti. Gli unici punti dove abbiamo trovato poco vento sono stati dietro l’isola di Guadalupa e qualche altro rarissimo momento dietro qualche altra isola. I problemi sono iniziati subito. Già nella prima issata dello Spi, l’A2 che avrebbe dovuto accompagnarci per tutta la regata, lo  abbiamo perso. Ha avuto il cattivo gusto di rompersi non appena issato. E non è finita qui. Abbiamo avuto rotture sulle scotte, perché ci si lavorava molto. Le abbiamo rotte tutte e quattro, sia del frullone sia dello Spi. Ovviamente le abbiamo riparate, ma abbiamo rotto anche una drizza e ci è caduto il fiocco. Abbiamo dovuto usare solo la seconda drizza per cui è stato tutto molto più complicato. Tutti questi errori sono derivati non dalla mancanza di cura dell’imbarcazione, perché ci abbiamo speso moltissimo tempo, ma avendo questa barca fatto già sia la Bermuda Race sia la Sydney/Hobart, probabilmente avremmo dovuto considerare la possibilità di cambiare almeno le scotte, che qui si sono cotte molto con il caldo e gli allenamenti che abbiamo fatto. Un errore grande che potevamo sicuramente evitare è stato quello che ha portato alla rottura delle draglie. E’ stato sicuramente un errore umano. Abbiamo fatto un nodo su questa scotta spi che cadeva in acqua e di notte non ce ne siamo accorti quando abbiamo tirato per strambare e la scotta spi ha strappato tutti i candelieri. Per fortuna questo è successo dietro San Barth, dove c’è stata una di quelle poche mezze ore dove il vento era calato, e siamo riusciti a riparare questi candelieri in carbonio e a rimettere la barca in sicurezza per ripartire. Il risultato è stato non bellissimo perché siamo un po’ a metà classifica ma è già soddisfacente aver completato la regata, perché questa Caribbean 600 è estremamente complicata. A mio avviso non è proprio bellissima, perché trovo il percorso un po’ assurdo. Come ad esempio passare davanti all’arrivo, scendere di 30 miglia con 40 nodi di vento e poi risalirci con un’onda incredibile tipica di questo mare, molto alta e ripida che assolutamente non assomiglia a un’onda oceanica lunga su cui si passa bene. Questa è proprio un’onda che rompe le barche. A Guadalupa c’è questa onda che è veramente micidiale. Abbiamo passato quattro ore a sbattere e sembrava che la barca dovesse rompersi. E’ una regata però bellissima nelle poppe, perché la barca diventa molto divertente e poi 90 miglia tutte a scendere sono una bella discesa. Le salite di bolina sono invece veramente molto fastidiose e complicate. Sono 3 giorni, poi, durante i quali non si riesce mai a dormire perché il vento molto forte non ti permette di riposare. Le mie sensazione, alla fine, è che sia una regata non bella, nel senso che la trovo è un ottimo allenamento, ma è una regata che distrugge le barche perché in queste condizioni gli scafi sembrano smontarsi. Qui in banchina ho incontrato molti equipaggi stranieri - conclude Giancarlo - che queste grandi regate d’altura le fanno in tutti gli emisferi e tra Sydney/Hobart, Fastnet e altre regate, quasi per tutti, la regata più bella è la Middle Sea Race, perché ci vuole sempre un percorso un cui il vento viene ma anche cala e da la possibilità di gestire meglio le condizioni”.          


22/02/2019 10:40:00 © riproduzione riservata






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