da La Gazzetta del Mezzogiorno dell'11 dicembre 2011
Toglietemi il necessario, ma non il superfluo. Nei tipi alla Oscar Wilde (1854-1900) la manovra tassaiola del professor Mario Monti avrebbe generato un incurabile stato di depressione. Ma disagi psicologici ancora più devastanti avrebbe prodotto la crociata anti-lusso scatenatasi contro i simboli della ricchezza. Per non dire dell' esaltazione continua del concetto di sobrietà. Una parola che negli eccentrici e nei nababbi di tutta la Terra provoca più dolore di un mal di denti lungo un mese. La sobrietà un valore? «Siamo matti», risponderebbe oggi un redivivo Gabriele D' Annunzio (1863-1938). E con lui tutti i protagonisti e le comparse dell' attuale Roma Godona immortalata dai fotografi di Dagospia.
Che vanno dal miliardario in euro (oscenamente riverito) agli aspiranti vip smaniosi di spendere anche i centesimi che non hanno. E se, pur costituendo l' anti-spot del risparmio e della moderazione oraziana, l' intera Italia Godona non avesse tutti i torti nel contrastare la voglia di espiazione e la pena quaresimale che da più parti si vuole imporre al jet-set più svaccato e lussurioso, e alle casate votate più alla Costa Smeralda che alla mensa aziendale? In tempi in cui piangono pure i ministri, una domanda del genere potrebbe apparire più fastidiosa di un dito nell' occhio. Ma quando si legge sui giornali che i principali brand dell' industria nautica nazionale stanno gettando a mare più operai che nuovi modelli di barche, anche gli spiriti più severi nei confronti degli status symbol marinari dovrebbero riflettere sull' opportunità, o meno, di tartassare Briatore e briatorini. Intendiamoci. Che, nei periodi di crisi, i veri ricchi (a cominciare dallo Stato possidente e dai privati più opulenti) debbano contribuire di più al risanamento dei conti, non ci piove. Ma se alcune misure impositive, anziché giovare alla ripresa e alla crescita, dovessero produrre effetti a dir poco controproducenti, beh allora sarebbe il caso di ripensarci, e senza retropensieri ideologici. Già qualche decennio addietro una norma vessatoria varata in nome della sobrietà, lo stop alla tv a colori voluto da Ugo La Malfa (1903-1979) , segnò l' inizio della fine di tutti i produttori di tv made in Italy La ricerca tecnologica nazionale si arrestò. E quando la classe politica fu costretta dai telespettatori a dare finalmente il via libera al «colore», i campioni nazionali del settore erano già usciti dal mercato, battuti e sbattuti fuori dalla concorrenza tedesco-giapponese. Tipico esempio di un provvedimento (di divieto) emanato in nome di profonde convinzioni etiche e sfociato in un autolesionismo alla Tafazzi, in un naufragio industriale senza scialuppe di salvataggio. Licenziamenti. Disoccupazione. Crisi personali e familiari. Fin che la barca va lasciala andare. Invece, la nautica rischia di vivere il replay della tv a colori. Già finora i suoi numeri facevano riflettere. Pur essendo una penisola con migliaia di chilometri di coste, l' Italia ospitava meno cantieri navali della vicina Svizzera, che il mare lo vede solo in cartolina. Negli ultimi tempi, sull' onda di controlli fiscali sempre più incalzanti, la nautica da diporto aveva lanciato frequenti Sos. Ora il nuovo salasso. Aziende prestigiose galleggiano con l' acqua alla gola, e se non arrivano i cinesi, precipiteranno a fondo. Altre aziende si difendono (si fa per dire) con la cassa integrazione, cioè con i soldi pagati dalla collettività. Morale: una decisione presa per snidare gli evasori proprietari di panfili rischia di punire migliaia di dipendenti che lavorano nei cantieri del mare. Risultato. Gli evasori, veri o presunti, si trasferiranno in Croazia o in Francia, mentre i poveri operai della nautica tricolore resteranno a casa. Bell' esempio di politica sociale o di lotta alla povertà. Bell' esempio di eterogenesi dei fini, direbbero i più raffinati. Sarebbe stata meno grave una patrimoniale. Anche se molti fanno fatica ad ammetterlo, bisogna prendere atto che lo sviluppo economico si fonda più sui vizi che sulle virtù. E, paradossalmente, tra i tanti vizi e peccati che albergano negli uomini e tra gli uomini, il lusso è quello che produce i benefici maggiori sul piano della redistribuzione della ricchezza. Più della finanza post-2006, e delle tasse (che è possibile evadere), sono i consumi fatui, eccessivi e superflui lo strumento più efficace per separare un ricco dai suoi denari, per affidarli a una lunga catena di lavoratori dipendenti (dai maggiordomi personali agli operai che producono tutte le icone del lusso) e per distribuirli nel circuito sociale. L' unico ricco che non produce socialità, cioè posti di lavoro, è l' avaro che nasconde i quattrini sotto il letto o lo spregiudicato che li mimetizza nei paradisi fiscali. Tutti, giustamente, invocano più crescita. Ma invocare la crescita non deve essere un esercizio declamatorio, tanto per mettersi in pace con la coscienza. Invocare la crescita significa non mortificare settori e lavoratori attraverso leggi e leggine che erodono il Pil e alimentano la decresciti A meno che non si voglia divorziare dall' attuale modello economico, che impone la competizione globale tra Stati e fra imprese, per sposare un modello fondato sull' austerità. Ma chi è povero tutto sogna tranne che un futuro austero per sé. L' unica austerità che auspica è quella per una classe politica spendacciona, per uno Stato più affamato di un coccodrillo. Invece, proprio qui la sobrietà rimane una chimera.
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