Esistono molte persone che devono apparire per esistere; poche e rare che esistono davvero. Gianfranco Messina apparteneva a questa seconda tipologia di uomini; quelli che non hanno bisogno di essere simpatici, che non intrecciano relazioni sociali, che non aspettano gli anni del tramonto per dire ciò che pensano e che magari hanno celato nel cuore e nella mente per tutta una vita.
C’è chi lo ha definito un leone sempre pronto a ruggire; chi un gladiatore; chi una roccia. C’è chi lo ha detestato cordialmente, chi lo ha stimato e gli ha voluto bene in silenzio, con la stessa schiva riservatezza che lui applicava ai rapporti umani.
Di lui forse si potrebbe dire una sola cosa: era un uomo.
Con i suoi difetti e con i suoi pregi, con quella ironia sottile all’angolo della bocca, nascosta fra le rughe e i segni di una vita passata al timone, con quella carica di energia vitale che poteva trasformarsi in rabbia nello spazio di un secondo per poi nascondere accuratamente il bene che era in grado di fare e che per essere bene doveva essere nascosto, non urlato, men che meno vantato.
Si dice che in azienda i dipendenti e i collaboratori indossassero la corazza prima di entrare nel suo ufficio, ma quegli stessi dipendenti sapevano che in qualsiasi momento di bisogno, di reale necessità, lui c’era.
Difficile di un uomo così tracciare una biografia. Riferimento indiscusso del gruppo e della famiglia Messina, aveva trovato sin dai suoi primi passi in azienda la quadra anche dei rapporti con i due fratelli. Giorgio, il creativo geniale che inventava nuovi business, Paolo il commerciale che sapeva gestire anche le relazioni internazionali più complesse. E lui, Gianfranco, solida certezza al timone per turni di guardia che duravano 24 ore.
Di Gianfranco Messina molti ricordano le battaglie. Per lui non esisteva mediazione. Se una cosa era sbagliata, un comportamento era scorretto, non valeva la pena di organizzare riunioni o confronti. Era sempre e comunque battaglia.
Era accaduto contro la flotta di Stato, la Finmare, che faceva dumping perché intanto “pagava Pantalone”. Una lunga battaglia contrappuntata dagli scontri all’arma bianca con Michele La Calamita, storico amministratore della flotta di preminente interesse nazionale, dalle lettere di fuoco in cui si denunciava lo spreco del denaro pubblico dell’Iri e da una lunga e ininterrotta serie di azioni legali
Lo era stato con i competitors che con noli stracciati distruggevano mercati floridi come quello del West Africa.
Lo era stato in epiche battaglie contro operatori che avevano tradito i patti e che venivano considerati alla stregua di disertori.
Lo era stato con il Consorzio del porto di Genova ai tempi del clamoroso trasferimento di navi e uomini su La Spezia.
I suoi avvocati spesso, uscendo dagli uffici della compagnia, scuotevano la testa. Ci avevano provato a trovare soluzioni mediate. Ma i “pasticci” con lui non funzionavano.
Si rischierebbe di essere banali affermando che era un uomo di principi e che per questi principi era sempre disposto a combattere. Un caratteraccio? Forse. Ma per chi gli stava davanti o a fianco una certezza: Gianfranco Messina era trasparente come il mare d’inverno. Quello che pensava e quello in cui credeva, te lo sparava in faccia con la potenza di una mareggiata.
Anche in famiglia, nei pranzi domenicali alla Vegia Arba in piazza Leopardi, anche nei rapporti sempre diretti con i figli, anche e specialmente nei momenti difficili in cui bisognava stringere i denti.
Come solo gli uomini, quelli veri, fanno, era capace di sorprendere per la sua umanità, per la sua capacità silenziosa di capire gli altri, di aiutarli nel momento in cui avevano davvero bisogno di lui.
Scorrendo in internet su Gianfranco Messina si trovano solo poche citazioni. Non amava giornali e giornalisti; detestava le serate mondane; l’habitat di questo leone erano la sua scrivania, le navi e la famiglia.
Troppo poco per i cercatori di gossip o di aneddoti; tantissimo per chi ha avuto l’onore e la fortuna di conoscerlo.
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