L’acquisizione dei cantieri americani ha ricevuto il via libera definitivo da parte delle autorità competenti ed è stata finalizzata. Nell’operazione, oggetto di un accordo sottoscritto la scorsa estate, è stato coinvolto come partner strategico e azionista di minoranza anche Lockheed Martin Corporation, il principale operatore americano nel settore della difesa. Fincantieri Marine Group opererà come una società del Gruppo Fincantieri nel rispetto degli accordi con il Dipartimento della difesa statunitense.
La nascita di questo polo transatlantico per l’industria navalmeccanica proietta con ancora più decisione la nuova realtà Fincantieri in una dimensione internazionale anche nel militare. La società negli ultimi anni ha portato avanti con successo una serie di azioni commerciali sui mercati internazionali della difesa. Ora diventa protagonista di importanti programmi per il rinnovo delle flotte della Marina Militare e della Guardia Costiera statunitensi, con la prospettiva di intensificare l’export verso altre Marine estere.
Non è un discorso che si limita alle sole attività nel comparto militare, ma si estende anche al civile. Anche Negli Stati Uniti gli stabilimenti opereranno in modo sempre più integrato nei due comparti per aumentare l’efficienza del processo produttivo, come da anni fa Fincantieri in Italia, promuovendo la logica del “cantiere unico” dal punto di vista produttivo e progettuale.
Nei prossimi anni è previsto un significativo piano di investimenti per l’ingegneria, l’aggiornamento delle infrastrutture e la formazione. Confermato il management dei cantieri americani, che già in questi mesi si è confrontato attivamente con i colleghi italiani.
La storia ci insegna una lezione importante: bisogna giocare d’anticipo. Non si vince chiudendosi in difesa, ma guardando oltre, consapevoli che le opportunità che ci si lascia sfuggire possono facilmente trasformarsi in minacce se le coglie qualcun altro per primo. Ed è così che una competizione sempre più globale si affronta solo ponendosi sullo stesso piano, diventando noi stessi globali.
Risponde a questa logica la scelta fatta per l’ingresso nel mercato della difesa statunitense, il primo al mondo per valore degli ordini sviluppati. Ora ci poniamo un traguardo altrettanto ambizioso nel voler rendere operativa quanto prima la nuova realtà di gruppo. Non è una questione di immagine, si tratta invece di costruire concretamente un’identità condivisa per mettere a sistema ciò che di meglio possiamo offrire da un lato e dall’altro dell’Atlantico. Nell’ambito di un processo di integrazione penso ad azioni che puntino a sviluppare sinergie piuttosto che stabilire procedure. L’obiettivo sarà quello di sempre: fornire al cliente un prodotto allo stato dell’arte, rispettando i tempi di consegna e con un’attenta gestione dei costi.
Certo, abbiamo vissuto uno degli autunni economicamente più caldi con la prospettiva di un inverno tra i più rigidi dal secondo dopoguerra. Ne siamo tutti consapevoli, questa grande frenata globale lascia intendere che lo scenario con il quale ci confronteremo nei prossimi anni può essere quello della recessione. Ogni volta che ci troveremo al bivio tra conservazione e innovazione, sarà però la seconda strada quella da preferire se è vero che solo le aziende che sapranno agire tempestivamente ne usciranno rafforzate. Dovremmo navigare la crisi con i remi dell’efficienza, della produttività, delle idee, dell’innovazione di prodotto e di processo, del lavoro per obiettivi.
“Chi ha paura del futuro rischia di non avere futuro” è stato ciò che abbiamo detto per Fincantieri quando, due anni fa, abbiamo lanciato un articolato piano industriale per il potenziamento e il bilanciamento del business. Anche oggi, pur consapevoli di vivere un momento particolarmente delicato per l’economia mondiale, sono convinto che queste stesse parole possano valere anche per Fincantieri Marine Group ed essere il punto da cui ripartire come gruppo internazionale.
Giuseppe Bono
amministratore delegato di Fincantieri
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