mercoledí, 9 settembre 2026

TROFEO JULES VERNE

IDEC al traguardo, il "The Famous Project" è stato realizzato!

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redazione

The Famous Project CIC ha scritto oggi una pagina destinata a restare nella storia della vela oceanica e dello sport femminile: dopo 57 giorni, 21 ore e 20 minuti di navigazione ininterrotta, l’equipaggio tutto al femminile ha completato il giro del mondo sul maxi trimarano IDEC SPORT, diventando il primo team composto esclusivamente da donne a concludere senza scalo il percorso del Trophée Jules Verne.

Un sogno lungo 57 giorni

Quando il 28 novembre hanno tagliato la linea di partenza del Trophée Jules Verne al largo di Ouessant, Alexia Barrier, Dee Caffari, Annemieke Bes, Rebecca Gmür Hornell, Deborah Blair, Molly LaPointe, Támara Echegoyen e Stacey Jackson sapevano di confrontarsi con un riferimento mostruoso: il record assoluto stabilito nel 2017 dallo stesso maxi trimarano con Francis Joyon e il suo equipaggio, 40 giorni e 23 ore. Ma l’obiettivo dichiarato di The Famous Project CIC era un altro: entrare nella storia come prima squadra interamente femminile a completare una circumnavigazione non stop su un maxi multiscafi, fissando un tempo di riferimento per le generazioni future. Oggi quel traguardo è realtà, al termine di quasi due mesi di oceano, tempeste e avarie, con un tempo finale di 57 giorni, 21 ore e 20 minuti che rappresenta il nuovo standard femminile sul tracciato del Jules Verne.

Atlantico di riscaldamento

“Parola d’ordine: non rompere niente!”. È con questa filosofia che Alexia Barrier ha impostato il primo tratto in Atlantico, consapevole che una barca capace di battere il record del mondo richiede gestione lucida più che furia agonistica. Nelle forti brezze nord occidentali e mare formato dei primi giorni, il compito era trovare il compromesso tra velocità e preservare l’integrità del trimarano, evitando quelle rotture che, nella storia del Jules Verne, hanno condannato tanti tentativi. Le ripetute strambate negli alisei portoghesi e un’uscita pulita verso i venti di nord est, particolarmente irregolari e punteggiati da buchi di vento, hanno permesso all’equipaggio – sette nazionalità a bordo – di entrare in ritmo, scandito dai turni di guardia che sarebbero diventati la loro vita per otto settimane. Il 7 dicembre, dopo otto giorni e tre ore di navigazione controllata e un passaggio dell’equatore reso insidioso da una zona di convergenza intertropicale in grande spolvero, la prima tappa simbolica era alle spalle.

Accelerazione verso il Grande Sud

Con i tropici e il Brasile alle spalle e gli alisei di sud est a spingere forte, il morale alle stelle ha permesso al team di alzare gradualmente il ritmo, inanellando giornate oltre le 500 miglia, al margine dell’alta pressione di Sant’Elena. La rotta verso il Capo di Buona Speranza è stata efficace: 8.000 miglia coperte a una media di oltre 19 nodi e passaggio al Capo nel 17° giorno di mare. L’unica vera ombra era il gancio della randa bloccato, un piccolo pezzo di titanio personalizzato che unisce la penna della vela al carrello in testa d’albero, rimasto ostinatamente incastrato. Ogni presa o lasco di terzaroli obbligava a smontare l’insieme, abbassando l’intera randa: un lavoro penoso che le veliste hanno superato con una miscela di ostinazione e ingegno che diventerà il leitmotiv del giro.

L’oceano Indiano e il ruggito di Agulhas

Il passaggio sotto il Capo di Buona Speranza, il 16 dicembre, ha segnato l’ingresso in uno dei “monumenti” del giro del mondo: l’oceano Indiano. Ad accoglierle, la corrente di Agulhas in piena, che scende dalle coste del Madagascar e sotto l’Africa può raggiungere i 3 nodi, generando, contro l’ovest dominante, un mare corto e violentissimo. Il maxi trimarano è stato scosso come un giocattolo, costringendo l’equipaggio a un delicato equilibrio tra timone umano e pilota automatico, scelta delle vele di prua e gestione di una randa ancora “limitata” dal famoso gancio. Guadagnando latitudine verso sud miglio dopo miglio, le otto veliste hanno poi preso il ritmo dei “rulli compressori” dell’Indiano, queste depressioni profonde che corrono con regolarità e, nelle ultime edizioni dei grandi giri come il Vendée Globe, tendono a passare molto a nord, imponendo rotte più settentrionali del passato. Nel mirino, come regalo di Natale e tappa successiva del loro personale “Giro dei Tre Capi”, c’era Capo Leeuwin, punta occidentale dell’Australia.

Natale a Capo Leeuwin… con rete annessa

Proprio mentre in Australia si scartavano i regali, The Famous Project CIC incrociava la longitudine di Capo Leeuwin, spuntando così il secondo dei tre grandi passaggi del giro dopo Buona Speranza e prima di Capo Horn. Erano in mare da 25 giorni e il bilancio dell’Indiano era più che positivo: una settimana veloce, con il maxi trimarano capace di sfiorare le 700 miglia in 24 ore a oltre 27 nodi di media nelle forti brezze di nord ovest. A interrompere la cavalcata è arrivata però una gigantesca rete da pesca con i suoi galleggianti, rimasta impigliata nel foil di dritta: la barca è passata da 30 a 5 nodi, e solo mettendo marcia indietro l’equipaggio è riuscito a liberare il grosso dell’ingombro. Il foil, però, è rimasto bloccato abbassato e il danno, inizialmente sottovalutato, avrebbe costretto pochi giorni dopo a proseguire senza poter contare pienamente su questa preziosa appendice di portanza.

Un Pacifico durissimo

Il 2 gennaio, The Famous Project CIC ha lasciato a sinistra Point Nemo, il “polo di inacessibilità marittima”, il punto dell’oceano più lontano da qualsiasi terra emersa. È nello stesso settore del Pacifico dove, 27 anni fa, la prima squadra interamente femminile guidata da Tracy Edwards vide il proprio sogno infrangersi con la disalberata del catamarano Royal & Sun Alliance. Superata quella longitudine maledetta, Alexia e il suo equipaggio sono diventate le sole donne ad essersi spinte così avanti in un tentativo di Trophée Jules Verne, un risultato storico già prima di tagliare la linea d’arrivo. Il Pacifico, però, si è confermato all’altezza della sua fama: condizioni molto fisiche, mare spesso caotico e la necessità di modulare costantemente l’andatura per non mettere a rischio la struttura del maxi trimarano.

Capo Horn, la ricompensa

Martedì 6 gennaio alle 15:14 ora italiana, il maxi trimarano IDEC SPORT ha doppiato Capo Horn, entrando di diritto nella storia della regata oceanica: mai prima d’ora un equipaggio tutto al femminile aveva superato il mitico scoglio cileno in una corsa non stop su un multiscafi. Dall’Australia al Corno, 3.800 miglia percorse in poco meno di 11 giorni, con 48 ore di meteo durissimo, onde oltre 8 metri e raffiche sopra i 50 nodi che hanno messo alla prova ogni centimetro di barca e ogni muscolo dell’equipaggio. Le otto veliste, ormai perfettamente affiatate nelle manovre, hanno affrontato il Pacifico sud spinte da una strategia coerente: rotta molto a nord rispetto alle classiche traiettorie “da record” ma razionale e sicura, sempre al margine delle depressioni più violente. Costrette da un gancio randa sempre recalcitrante a “fuggire” per poter prendere o mollare un terzarolo, hanno compensato con sangue freddo, anticipo nelle scelte e finezza di conduzione, mantenendo comunque medie oltre le 550 miglia al giorno. Stanchezza, freddo e neve non hanno incrinato la coesione del gruppo, cementata da solidarietà e benevolenza reciproca, elementi chiave per sopravvivere al Grande Sud.

Atlantico di ritorno e primi cedimenti

Dalla giornata del 15 gennaio l’equipaggio ha ricominciato a “navigare a testa alta”: la rotta non guardava più a est ma a nord, verso casa. L’equatore è stato nuovamente superato al 48° giorno di mare, coronando una risalita dell’Atlantico sud veloce ed efficiente: da Capo Horn all’equatore in 9 giorni, 5 ore e 38 minuti, uno dei migliori tempi mai realizzati su questa tratta. Come spesso accade, la zona di convergenza intertropicale ha presentato il conto: cumuli temporaleschi a grappolo, buchi di vento e piogge improvvise hanno rallentato e talvolta quasi fermato il maxi trimarano, costringendo a continui aggiustamenti di rotta per trovare il flusso migliore verso nord. Con il rientro negli alisei, puntuale è arrivato il momento più temuto: ridurre la tela con un gancio di randa sempre più capriccioso, che ha imposto all’equipaggio un ennesimo lungo e faticoso smontaggio, penalizzando ancora la velocità. Durante una di queste manovre, le veliste hanno scoperto uno strappo sulla balumina della randa: immediatamente è nato un piccolo “velaio di bordo” per mettere in piedi una riparazione d’urgenza, mentre banchi di sargassi frenavano ulteriormente la corsa.

Finale in apnea

“La verità è che, se fosse facile, lo farebbero tutti!”. La battuta di Dee Caffari, dopo la prima lacerazione della randa, ha assunto un sapore amaro a un migliaio di miglia dal traguardo, quando la randa, dopo 55 giorni di oceano, è letteralmente esplosa. Senza il foil di dritta pienamente operativo, e con il sistema del pilota automatico compromesso, il maxi trimarano ha perso buona parte dei suoi superpoteri, trasformando le ultime miglia in un esercizio di pura resistenza. A bordo, però, nessuno ha mai pronunciato la parola “abbandono”: sotto vela ridotta, con l’albero nudo e, quando possibile, aiutandosi con il J3, Alexia e le sue compagne hanno continuato a vivere al ritmo di turni di tre ore, determinatissime a non mollare il sogno coltivato per anni. A insidiare la fase finale è stata anche una grande tempesta invernale, ironicamente battezzata “Ingrid”, che ha imposto alla barca già menomata un’ulteriore prova di nervi e di tecnica tra le depressioni dell’Atlantico nord. Ogni miglio verso Ouessant è diventato un atto di volontà, molto più che una questione di velocità pura.

Un nuovo parametro per la vela femminile

The Famous Project CIC non ha mai nascosto che il record non fosse il bersaglio immediato, ma il contesto in cui iscrivere una nuova impresa: quella del primo giro del mondo non stop e senza assistenza di un equipaggio interamente femminile su un maxi multiscafi. Con il tempo di 57 giorni, 21 ore e 20 minuti, Alexia Barrier, Dee Caffari, Annemieke Bes, Rebecca Gmür Hornell, Deborah Blair, Molly LaPointe, Támara Echegoyen e Stacey Jackson fissano ora un cronometro che diventa obiettivo e ispirazione per le veliste che verranno. Dove 27 anni fa il sogno di Tracy Edwards e delle sue compagne si era infranto al largo della Nuova Zelanda, questo equipaggio ha saputo resistere a rotture, reti alla deriva, tempeste invernali e un Atlantico finale più complesso del previsto, portando la barca e se stesse fino alla linea d’arrivo. Il loro giro del mondo non è solo un’impresa sportiva: è un cambio di paradigma nella percezione di ciò che le donne possono fare in oceano, un nuovo orizzonte aperto nel mondo della vela d’altura.

 

 


26/01/2026 15:48:00 © riproduzione riservata






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