Torna la festa in onore della pitina, originaria della Val Tramontina a nord di Pordenone diventata il primo presidio Slow Food friulano agli inizi degli anni 2000, un perfetto incontro di gusti antichi e decisi tra la carne (ovina, caprina o originariamente di camoscio e capriolo), le spezie, la farina di polenta e il giusto grado di affumicatura.
Da venerdì 19 a domenica 21 luglio, il comune di Tramonti di Sopra (PN) diventa un grande mercato delle eccellenze enogastronomiche a partire dalla pitina e dagli altri presìdi Slowfood regionali e nazionali, fino ad arrivare agli oltre 50 produttori presenti che arrivano dal resto dell’Italia e anche da molto più lontano come Armenia, Indonesia, Slovenia, Slovacchia, Polonia, Croazia, Austria.
L’evento è organizzato dalla Condotta del Pordenonese di Slow Food Fvg in collaborazione
Con Promoturismo, Concentro, Cciaa di Pordenone, Proloco e Comune di Tramonti di Sopra e con il Patrocinio della Fondazione Dolomiti Unesco.
La festa sarà anche un momento per approfondire i temi del turismo “slow”, dedicato a chi sceglie destinazioni di nicchia, fuori dai grandi itinerari turistici per una vacanza che sappia unire la bellezza della località, esperienze inedite e autentiche oltre alla qualità delle proposte agroalimentari. Appuntamento quindi con diversi incontri e convegni dedicati al turismo, alle opportunità del territorio e alla via dei sapori friulana.
La festa della pitina, rilanciata nel 2017 da Slow Food, era nata nel 1970 su idea della Pro Loco locale che voleva salvaguardare il prodotto tipico e local: oggi la festa nel giro di pochi anni è diventata un importante volano turistico per far conoscere il territorio e la Val Tramontina, solcata dal Meduna e caratterizzata da bellissimi paesaggi e sentieri e dal lago di Redona da cui affiorano i suggestivi ruderi di una antico borgo.
La pitina.
La pitina nasce nel 1800 nella zona di Frassaneit, una delle borgate del comune di Tramonti di Sotto (PN), dall’esigenza di non sprecare nulla e di conservare la carne di camoscio e capriolo: tagliata a coltello, la carne veniva impastata con sale, pepe nero, aglio e erbe, lavorata a forma di polpetta, ricoperta di farina di polenta per chiudere i pori e messa sul caminetto ad affumicare in modo da preservarla più a lungo possibile.
Oggi La pitina si mangia cruda tagliata a fette sottili dopo almeno 30 giorni di stagionatura, ma è ottima anche cucinata: può essere scottata nell’aceto e servita con la polenta, rosolata nel burro e cipolla e aggiunta nel minestrone di patate, o ancora fatta al cao, cioè cotta nel latte di vacca appena munto.
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